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Sardegna arancione, i gestori dei locali di Sassari: «Lavorare così è impossibile»


Poche illusioni sulla tenuta delle riaperture, ma il nuovo blocco è duro da digerire. Berdini, Terzo tempo: «Meglio fermarsi sperando che il 7 aprile cambi qualcosa» 

di Andrea Massidda 22 Marzo 2021

SASSARI. Amareggiati, sull’orlo di una crisi di nervi o rassegnati. Seppure con reazioni differenti, tutti i ristoratori e i titolari di bar dell’area vasta sassarese hanno accolto l’improvviso passaggio della Sardegna da “zona bianca” a “zona arancione” (di fatto una doppia retrocessione, visto che non esiste più quella intermedia “gialla”) come un boccone indigesto da mandare giù volenti o nolenti. Una mazzata a ben vedere non del tutto inattesa: nessuno di loro parla infatti di fulmine a ciel sereno, semmai di qualcosa che era nell’aria. Tanto che per far comprendere il proprio stato d’animo davanti a quest’ultima ordinanza policromata del ministero della Salute – che di fatto impone la chiusura al pubblico delle attività – c’è chi fa l’esempio delle interruzioni del servizio idrico cittadino causate dai continui guasti alle condotte.

«Qui a Sassari – spiega Sandra Foddanu, proprietaria del Caffé & Cake, in piazza Mazzotti – ognuno di noi sa bene che l’acqua può mancare da un momento all’altro, e tuttavia spera sempre che ciò non accada o quantomeno che non accada proprio quando ci sono occasioni importanti. Poi, regolarmente, un giorno a caso ti svegli e scopri che i rubinetti sono a secco. Voglio dire che anche se a certe eventualità sei preparato, quando poi succedono davvero ti cascano comunque le braccia per terra e ti rimane addosso un fastidioso senso di impotenza».

Di sicuro – a parte la beffa di sentirsi in un’isola felice soltanto per poche settimane – lavorare a singhiozzo abbatte l’entusiasmo, fa impennare le preoccupazioni e rende impossibile qualsiasi programmazione. Non sono pochi quelli del ramo ristorazione che hanno deciso di gettare la spugna o al massimo di restare chiusi in attesa che si ritorni alla normalità. È il caso di Rino Berdini, del ristorante “Terzo Tempo”, in piazza Tola. «Andare avanti così è troppo difficile – dice –, penso soltanto ai carichi di merce che dovrò buttare. Meglio fermarsi nella speranza che dal 7 aprile cambi qualcosa». Parole amare quanto quelle di Antonia Masala, titolare della “Locanda da Antonia”, in via Zanfarino. «Queste ordinanze ci affossano – tuona la cuoca, cui è intestata l’attività –, e non posso non pensare che nei giorni scorsi ci abbiano dato la pillolina della zona bianca per poi bastonarci con la zona arancione. Io sono la prima a raccomandare di stare attenti al virus e di rispettare le regole, ma tutto quello che ci stanno facendo è assurdo». Le fa eco Gipo Pocobelli, del bar l’Abetone, in viale Italia. «Per noi – dice – è una tragedia: tenendo aperto sino alle 21 riuscivamo a lavorare un po’, ma così è la fine. Spero almeno che si intensifichino le vaccinazioni in modo che l’incubo svanisca presto, anche perché dei sostegni statali ci arriveranno soltanto briciole».

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Chi invece della chiusura forzata se ne è fatto in qualche modo una ragione è Peppino Muresu, che insieme al fratello Piero gestisce il caffè-ristorante Accademia, in via Torre Tonda. «Del resto – precisa – per come stanno andando le cose in generale non è che cambi molto. Anche in zona bianca la gente stava uscendo poco: se prima del Covid trovavi in giro cento persone, ora, sabato a parte, ne trovi dieci. C’è molta paura dei contagi e pochi soldi in tasca».

Chi eroicamente resiste è Massimo Pintus, titolare del ristorante “Li Lioni”, nei pressi di Porto Torres. «Francamente – commenta – un simile provvedimento me lo aspettavo, forse per una sorta di mia difesa psicologica. E se avessi potuto scegliere avrei rinunciato ai pochi giorni di “zona bianca” in cambio di un’attenta gestione della pandemia. Ma tant’è. Ora dovrò cancellare le molte prenotazioni che avevo per Pasqua e Pasquetta e lavorare con le consegne a domicilio, che comunque vanno assai bene».

Nell’elenco dei delusi c’è infine Giovanni Manca, titolare dello stabilimento balneare J&B Le Bombarde, ad Alghero, che fa anche ristorazione all’aperto: «Avrei voluto riaprire per Pasqua, ma non sarà possibile. Mi dispiace soprattutto per i miei dipendenti».

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